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Intervista agli OLDTHINK. di fresca uscita con THE MAN WHO CROSSED THE UNIVERSE

Abbiamo incontrato per LE NOTE DI GARRONE, gli OLDTHINK. band rock alternative di fresca uscita con THE MAN WHO CROSSED THE UNIVERSE, ecco cosa ci hanno raccontato:

– Benvenuti, Oldthink. potete raccontarci qualcosa di voi? Come nasce la vostra band?

Ciao, prima di tutto vorremmo ringraziarvi per lo spazio che ci avete concesso! Gli Oldthink. nascono nel 2013 a Roma come band di musica alternativa.

Ci siamo formati con l’intento di comunicare musicalmente le nostre esperienze umane, personali ed argomenti di natura sociale, il tutto ricercando continuamente nella sperimentazione musicale una nostra crescita umana e professionale, che ci permetta di essere efficaci e comunicativi al meglio delle nostre capacità, non smettiamo mai di imparare insomma!

– Ascoltandovi non si può non pensare a band storiche ed epiche quali Muse e Radiohead, perché la vostra musica si può considerare una fusione di generi… certamente ben riuscita, che apre però il confronto con mostri sacri della musica. Cosa ne pensate di questo vostro aspetto? Vuol essere un modo di ripercorrere la Storia, citandola… oppure è un trampolino di lancio per qualcosa di nuovo ed originale? E come può una band emergente reggere il confronto con il peso di cotanta Storia?

L’accostamento con mostri sacri dell’era musicale moderna è sempre un punto sul quale ci soffermiamo, perché il più delle volte si tende ad accostare un nuovo gruppo ad un genere o a delle band solo per alcune peculiarità sonore che nei fatti invece si possono ritrovare non solo in due o tre artisti citati, ma in tutto un determinato genere.

Muse e Radiohead sono (per noi) semplicemente i punti di riferimento di un particolare decennio, grazie ovviamente a delle produzioni di reale impatto.

Non ci piace ripercorrere la storia di altri, ci piace bensì innovare e rinnovare noi stessi, cercando umilmente di far confluire tutta la musica che ascoltiamo e che impariamo ad apprezzare giornalmente in tutti i nostri lavori, utilizzando l’ascolto come strumento di accrescimento personale e comunicativo.

Un po’ come quando da piccoli si impara a parlare migliorando successivamente sempre di più il proprio lessico.

Non sentiamo nemmeno di dover utilizzare la nostra musica come trampolino di lancio, vogliamo esclusivamente tramutare un’urgenza comunicativa in messaggio concreto e condivisibile, e non crediamo possa esistere un confronto, la musica di per sé non è una gara a chi è più grande o più bravo, ma un mezzo di comunicazione con il quale poter trasmettere un pensiero, emozione, esperienza o idea.

Quindi pensare ad un confronto con altre band per noi è semplicemente sbagliato e controproducente proprio per l’arte musicale in generale.

– Sempre rimanendo in tema troviamo in voi sfumature diverse, che vi accostano ma anche vi distanziano dai vostri punti di riferimento. Pensate che il pubblico possa cogliere queste vostre sfumature, ed individuare in voi una band anche innovativa? O rischiate sui fan un effetto clone? Essere considerati una band che ripercorre strade già solcate?…

Speriamo sempre di essere accolti ed ascoltati esclusivamente per i messaggi nei nostri testi e per le atmosfere che musicalmente costruiamo intorno al contenuto letterario delle nostre canzoni.

Non ci alziamo la mattina pensando “oggi devo essere l’unico ed inimitabile”, ma è radicato nelle nostre teste esclusivamente il bisogno di comunicare con i mezzi che sappiamo utilizzare e con le sfumature sonore che sentiamo essere parte integrante del nostro essere.

Non ci interessa se qualcuno vede in noi un “clone” perché, nell’effettivo, siamo certi di non avere stigmi o singoli riferimenti e anche chi in noi può voler ricercare somiglianze dovrebbe citare ad ogni disco gruppi differenti, tra l’altro, tanto per citare l’aneddoto di un artista che è veramente qualcuno, dopo la morte di Kurt Cobain lo stesso Dave Grohl fu quasi accusato di aver formato una band clone dei Nirvana, solo che, guarda un pò, quella band è oggi una delle più importanti realtà della scena musicale internazionale.

Questo è per dire che non importa a chi potresti vagamente assomigliare, quali pedali usi o se ti piace suonare il grunge piuttosto che l’indie, se quando comunichi sei vero e ci metti tutto te stesso arriverai a prescindere da tutto.

Ovviamente tutto questo, purtroppo, non tenendo conto di quella che è invece la situazione disastrosa in ambito musicale che viviamo in Italia.

– Parliamo, ora, di THE MAN WHO CROSSED THE UNIVERSE… un concept album che ha un suo filo conduttore, e di cui vi chiediamo il senso profondo. Raccontateci qualcosa…

 “The Man Who Crossed The Universe” è stato per noi tre un lungo lavoro di maturazione sotto il profilo musicale, i contenuti sono invece un percorso personale che è stato complesso e difficile da affrontare per Lorenzo che è l’autore di tutti i testi.

Nel 2015, Lorenzo perde suo padre per un tumore cerebrale dopo tre anni di lotta ininterrotta, alla fine del 2014 aveva iniziato a scrivere qualcosa per il nuovo album ma in maniera scostante e solo verso la fine delle registrazioni è riuscito a completare, buttando fuori, sia quello che per lui è un trauma di cui non è solito scrivere direttamente o parlare, sia altri avvenimenti di natura relazionale con il mondo che lo circondava.

Tutto ciò lo ha portato a voler incanalare nel disco il suo sentimento e la sua visione della fragilità dell’essere umano, delle strutture sociali e delle relazioni, non utilizzando una scrittura nuda e cruda ma cercando di creare un microcosmo emozionale molto difficile da comprendere se non si vivono determinati momenti.

Questo è per dire che nel disco non si parla in generale di elementi scollegati o di un’analisi fredda del mondo in cui viviamo, ma è frutto dell’esigenza di comunicare senza pensare a chi o a quanti arriverà, ma semplicemente con il bisogno di dire.

– Volendo approfondire il significato insito nell’album, come nascono i vostri testi? Viene realizzata prima la partitura musicale o prima il testo? Come avviene in pratica la fase creativa?

Siamo molto strutturati, ma non abbiamo mai un punto di partenza fisso, sappiamo come procedere, ma per noi può essere sia un testo a far partire la ricerca degli arrangiamenti, sia un giro di accordi su cui poi apporre una voce ed un testo.

Per questo disco, non avendo ancora i testi, l’idea era stata improntata su un’immagine, eravamo tutti d’accordo sull’idea dello spazio per trasmettere quelli che sono i messaggi finali del disco, da lì il percorso di scrittura è stato lungo e diviso per periodi, perché tutto l’album è divenuto involontariamente una grande fotografia del nostro percorso musicale ed umano nei quattro anni di lavoro.

– In un panorama indie-pop italiano che impazza su web e radio, gli Oldthink. decidono la strada rock alternative, cantando in inglese. Come vi trovate ad affrontare il music business andando controcorrente?

Come già detto prima, non ci interessa dover essere il prodotto exploit del panorama italiano, che anzi ha, nei prodotti di punta degli ultimi anni, dischi dal contenuto discutibile e che dimostrano sempre di più come ci sia poca sensibilità oggi, dove un testo poco impegnato è preferibile ad un sano bisogno di comunicare in maniera sincera qualcosa di vero.

Ovviamente questo è solamente un nostro pensiero critico, ad ognuno le proprie idee!

Per quanto ci riguarda, non abbiamo la minima intenzione di creare dischi o singoli per vendere, quando creiamo musica lo facciamo nella lingua che ci sembra più adatta per un determinato contenuto e con l’insieme di generi che ci sembra trasmettere al meglio quello che cerchiamo di dire, se poi ci riusciamo o meno questo è solo l’ascoltatore finale a deciderlo.

Noi siamo sempre in continua mutazione ed all’interno di un percorso di crescita che non finirà mai e che non vogliamo che finisca mai, perché solo crescendo si migliora.

– L’ultima domanda riguarda i vostri progetti futuri, cosa bolle in pentola nel breve e lungo termine?

Nel breve, il 29 novembre ci sarà il Release Party di “The Man Who Crossed The Universe” al Defrag di Roma e subito dopo inizieremo i lavori su un nuovo progetto, questa volta totalmente indipendente anche nella produzione, in italiano e non sappiamo ancora se prenderà luce prima dell’estate (ma speriamo di sì), l’unica cosa di cui siamo certi è che cercheremo a modo nostro di fare una fotografia di quello che è il panorama musicale italiano attuale, i suoi contenuti, il modo in cui veniamo trattati come musicisti indipendenti dal settore in generale e delle difficoltà che incontriamo ogni giorno per poterci ricamare un piccolo spazio dove poter comunicare al di fuori dei nostri profili.

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