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Vi raccontiamo il mondo vintage degli Scott Bradlee’s Postmodern Jukebox

Vengono dal mondo del web ma ringraziano il pubblico di Milano per il fatto di apprezzare la vera musica dal vivo: sono la Scott Bradlee’s Postmodern Jukebox (o PMJ), collettivo di artisti che suonano, cantano e ballano con un solo scopo: prendere brani pop noti, portarli indietro nel tempo e restituirli al pubblico con un nuovo e irresistibile gusto vintage.

La PMJ rappresenta un fenomeno musicale che nasce e cresce su Youtube, fino a raggiungere oggi i 3 milioni di follower; un vero e proprio gruppo di performer all’interno del quale si avvicendano, nel corso degli anni e delle canzoni, musicisti e cantanti dalle più svariate provenienze. Non sarà sfuggito ai fan più affezionati, infatti, che alcuni dei cantanti di maggiore spicco provengono dal mondo dei talent show americani; Scott Bradlee mostra quindi di avere un tocco magico non solo per trasformare brani ma anche nell’affinare interpretazioni e vocalità di artisti spesso spinti verso derive decisamente pop e commerciali.























La data del 4 dicembre rappresenta l’ultima tappa italiana di un 2017 che ha visto la PMJ molto presente nel nostro paese, con diversi appuntamenti sparsi sul territorio (Roma, Milano, Padova, Fiesole). La natura “composita” di questo collettivo di artisti ben si presta ad un assetto quasi da tour permanente: le date in questi ultimi tre anni sono state numerosissime e sparse in tutto il mondo. Il trucco per riuscire a reggere il ritmo? Creare diverse “squadre” di musicisti, cantanti e ballerini che, alternandosi, possano suonare allo stesso tempo in diversi luoghi. Effetto collaterale positivo: generare un po’ di variabilità per il pubblico, che ha modo tornare a sentire la PMJ più volte senza il rischio di ascoltare sempre gli stessi brani.

Le ultime date milanesi della PMJ erano state un po’ deludenti proprio da questo punto di vista, dato che sono state proposte scalette molto simili e due “squadre” con pochi elementi di variazione. Non si può certo dire, al contrario, che in questo ultimo appuntamento del 4 di dicembre le sorprese siano mancate: team quasi totalmente rinnovato con Mykal Kilgore, a cui è affidata la conduzione della serata, i veterani Casey Abrams e Cristina Gatti, Hannah Gill e la star Haley Reinhart, regina incontrastata del gruppo. La sua cover di “Creep” dei Radiohead rimane il maggior successo della PMJ sul web con oltre quaranta milioni di visualizzazioni.

Viene quindi riconfermata la formula che vede presenti cinque cantanti accanto a piano, contrabbasso, batteria e una piccola sezione fiati; immancabile è il ballerino di tip tap a cui spetta il compito di arricchire visivamente e ritmicamente la performance di tutto il gruppo. Anche lo stile delle scenografia si mantiene costante nella sua sobrietà ed essenzialità: un grosso drappo di velluto fa pregustare al pubblico del Fabrique, già prima dell’inizio dello spettacolo, un imminente viaggio nel tempo alle origini della musica pop.

L’apertura dello spettacolo è con “Thong Song” interpretata da Mykal Kilgore, che annuncia al pubblico uno show fatto di “canzoni pop dal gusto jazz”. I cantanti si susseguono sul palcoscenico brano dopo brano, riconfigurandosi occasionalmente per dare vita a esibizioni corali.

Hannah Gill, voce potente e movenze da ballerina, porta un’interpretazione in chiave swing di “Are you gonna be my girl” dei Jet. A lei è affidata anche la cover di “Somebody that I used to know” di Gotye in cui dà ulteriore prova delle sue abilità canore, mostrando padronanza del palcoscenico, una lunga collana di perle bianche e una personalità da diva degli anni ‘30.

Casey Abrams, dal canto suo, non ha esitazioni a presentarsi al pubblico milanese di rosso vestito e con un bicchiere di whiskey in mano: la sua “Sweet child o’ mine” è essenziale, virtuosa e assolutamente coinvolgente. E’ la scintilla che fa scattare l’amore con il pubblico e non si spegnerà fino alla fine dello spettacolo. Durante la cover di “What is love” arriverà anche a lanciare petali di rosa sugli spettatori salendo sulle barriere che lo separano dalla platea, per poi ritirarsi sul palcoscenico e cantare la sezione centrale del brano sdraiato sulla schiena. Insomma, lo spettacolo non è mancato.

Gli fa seguito Cristina Gatti con una cover di “Hit me baby one more time” di Britney Spears; il brano è molto noto tra tutto il pubblico, la cui età media si aggira intorno ai 30-40 anni. Cristina Gatti è di origini italiane, parla un po’ la lingua e ama chiacchierare: chiede al pubblico di cantare insieme a lei e fa leva sull’amore italiano per la famiglia quando annuncia in sala la presenza di sua madre, a cui dedica la cover di “Never forget you”. Non manca, naturalmente, qualche gridolino di approvazione.

Haley Reinhart, abiti scintillanti e fare ammiccante, presenta una cover di “Black hole sun” e “Oops! …I did it again” in cui purtroppo mostra qualche incertezza a livello vocale. Non deluderà, invece, con “Creep”, forse il brano più atteso del concerto, in cui capacità interpretativa e potenza canora vanno di pari passo.

Il momento dei bis arriva quasi all’improvviso per il pubblico dopo poco più di quarantacinque minuti di concerto. Oltre alla già citata “Creep”, c’è spazio per un cover di “Roar”, cantata da Mykal Kilgore. Il gran finale è affidato a Casey Abrams, Haley Reinhart e allo stesso Mykal Kilgore con un’interpretazione in chiave jazz di “Stacy’s Mom” dei Fountains of Wayne. Il brano è apprezzatissimo ma c’è una certa incredulità rispetto al fatto che sia davvero l’ultimo brano. La durata complessiva del concerto, poco più di un’ora, lascia la platea un po’ stupita e in parte insoddisfatta.

Lo spettacolo della PMJ si conferma straordinario dal punto di vista del virtuosismo dei musicisti e dei cantanti; i diciassette brani suonati sono popolarissimi e riconoscibili ma reinterpretati in modo magistrale, al punto di superare spesso gli originali a cui si ispirano. Le motivazioni alla base della scelta di presentare uno show così breve probabilmente sono da ricercare nell’impostazione del tour stesso: se si vuole tornare così tante volte nello stesso paese (e nella stessa città) a pochi mesi di distanza forse occorre lasciare un po’ di desiderio inappagato tra gli spettatori. In questa data, il gioco sembra riuscito: resta da vedere se per il futuro la capacità di stupire con musicisti e brani sempre nuovi permetterà alla PMJ di tenere legata a sé la platea dei propri spettatori. Il 2018 è una sfida aperta: ci vediamo a Roma in maggio, PMJ!

Mara Popolizio | Foto: Giuseppe Rechichi